La pronuncia n. 34437 del 15 novembre 2021 della I° sezione civile della Corte di Cassazione ha trattato della corretta interpretazione dell’art. 168, comma 2° della Legge Fallimentare il quale, successivamente alla precisazione del 1° comma in ordine alla nullità delle “azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del debitore” iniziate o proseguite dai creditori anteriori  “dalla data della pubblicazione del ricorso nel registro delle imprese  e fino al momento in cui il decreto di omologazione del concordato preventivo diventa definitivo”, così si esprime: “Le prescrizioni che sarebbero state interrotte dagli atti predetti rimangono sospese, e le decadenze non si verificano”.

Nel dettaglio, il ricorrente si doleva della violazione e falsa applicazione di legge, nella misura in cui il provvedimento censurato in sede di legittimità aveva riconosciuto un regime di sospensione della prescrizione generalizzato, ossia a beneficio di tutti i creditori concordatari.

Ebbene, in linea generale, la Corte rimarca come la disposizione normativa suddetta introduca una deroga alla disciplina generale prevista dall’art. 2943 c.c., collegando alle azioni esecutive e cautelari già intraprese al momento della pubblicazione della domanda di concordato, non già il normale l’effetto interruttivo disciplinato dalla norma codicistica, bensì quello (meno favorevole) di sospensione della prescrizione dei crediti azionati dai loro titolari.

Ciò posto, accoglie il reclamo sull’assunto per cui “la L.Fall., art. 168, comma 2, con l’espressione le prescrizioni che sarebbero state interrotte dagli atti predetti rimangono sospese, ha inteso riferirsi esclusivamente alle prescrizioni che sarebbero interrotte dai soli atti di cui alla L.Fall., art. 168, comma 1, ovvero le azioni esecutive e cautelari”; donde, soltanto i creditori che, al momento della pubblicazione del ricorso nel registro delle imprese,  avevano già proposto una azione esecutiva o cautelare possono giovarsi della sospensione della prescrizione.

Militano, in tal senso, tre ordine di ragioni: (i) il concordato preventivo, a differenza del fallimento, è orfano di una fase di verifica del passivo e, quindi, di una domanda assimilabile a quella di ammissione al passivo del fallimento quanto agli effetti interruttivi della prescrizione ex art. 94 l.f., sicché, ove i creditori intendano ottenere l’accertamento di una loro pretesa obbligatoria, devono ricorrere al giudizio di cognizione ordinaria, il cui radicamento, durante la pendenza della suddetta procedura, non mai è precluso; (ii) l’ammissione del debitore ad una procedura di concordato preventivo giammai costituisce un impedimento giuridico per il creditore a far valere il proprio diritto, non essendovi alcun ostacolo a formulare nei confronti della debitrice in concordato istanze, solleciti ed atti cautelativi di costituzione in mora; (iii) ragionando diversamente, la posizione dei creditori concordatari “risulterebbe ingiustificatamente assai più favorevole rispetto a quella dei titolari dei crediti nello stesso fallimento, rispetto ai quali la prescrizione continua a maturare, producendosi, come detto, l’effetto interruttivo, a norma della L.Fall., art. 94, solo per effetto dell’avvenuta presentazione della domanda di ammissione allo stato passivo, e neanche in conseguenza della dichiarazione di fallimento”.

In conclusione, anche in corso di concordato la prescrizione continua a decorrere, salvo che intervenga un atto interruttivo del creditore.